Ieri, a Roma, è stata presentata la prima card e il sito web che permetteranno l’accesso al Reddito di Cittadinanza. 

Numerosi e complessi sono gli interrogativi che in questi ultimi mesi noi Assistenti sociali ci siamo posti e la gran parte di questi interrogativi non ha ancora trovato risposta. Per noi che siamo ogni giorno impegnati nelle “trincee” dei Servizi sociali, dove contrastare le diverse forme di povertà riveste un carattere di vera e propria guerra, è molto difficile immaginare che “andrà tutto liscio”, che sarà tutto calcolato, come in queste ore i politici ci vogliono far credere.

Per questo facciamo nostre le domande e le perplessità della nostra cara collega e amica Franca Dente, già Presidente del Consiglio Nazionale. Ci associamo ai suoi dubbi pubblicando il suo contributo e ci rendiamo disponibili nei confronti del Consiglio Nazionale per ogni opportuna collaborazione mirata a risolvere i problemi qui sollevati. Come sempre, nel supremo interesse dei nostri cittadini utenti. 

È sicuramente ammirevole che il nuovo Governo si sia voluto occupare della povertà, quella assoluta che riguarda circa 5 milioni di abitanti, andando oltre il tiepido intervento del REI del precedente Governo. Si tratta di un investimento economico notevole connesso ai Centri per l’impiego per la ricerca di un lavoro; è forse un buon auspicio l’atteso incremento del tasso di occupazione, ma è tutta qui l’equazione? La povertà è solo economica o è multifattoriale? La semplificazione della povertà su una condizione fortemente complessa è ciò che viene immediatamente percepita da chi sa in che condizioni è ridotto il nostro sistema di Welfare. 

Il nostro sistema di Welfare, già sbilanciato fortemente rispetto all’Europa tra spesa sociale destinata ai servizi sociali e spesa previdenza destinata al sistema pensionistico, è ridotto al lumicino, cioè ai minimi termini in risorse finanziarie, risorse umane professionali, servizi di sostegno alla famiglia, all’infanzia, agli anziani, con un divario enorme tra Regioni in termini di spesa sociale pro capite (dati anno 2015: media nazionale 114,00 euro pro capite, al Sud 50,00 euro pro capite, 100,00 euro in altre regioni per giungere a 166,00 euro nel Nord-Est) .
Il Servizio Sociale Professionale dei Comuni, che è chiamato ad intervenire su situazioni di fragilità singole e familiari, là dove è ancora presente, pur essendo un livello essenziale di assistenza, è spesso esternalizzato con perdita di peso politico e programmatico da parte dello stesso o è immerso nell’ emergenza povertà con grave rischio di diventare bersaglio di tensioni sociali a causa delle disfunzioni del sistema di risposte oè  impegnato nella costruzione e gestione dei piani di zona.

Tutti gli interventi sin qui messi in atto per contrastare la povertà, Reddito di inclusione e Reddito di cittadinanza, si limitano a sostegni esclusivamente economici, CARTA REI – BONUS POVERTÀ che ricordano le vecchie tessere di povertà degli anni 50/60 e che sottopongono i beneficiari ad una buona dose di umiliazione  ogni volta che devono tirar fuori la Carta Povertà presso una cassa di un Supermercato pubblico e sentirsi dire “questo può prendere e questo no”. Umiliazione, stigma, vergogna, solitudine, incapacità di gestione dei propri bisogni sono gli effetti di una operazione di questo tipo. Come se la povertà economica fosse un problema a sé stante, ben definito e avulso da un contesto familiare, relazionale, sociale, affettivo spesso deprivato o danneggiato dalla condizione di povertà anche prolungata (perdita di lavoro, incapacità di gestione della propria e altrui vita, depressione, difficoltà educative, dipendenze ecc). Mai nessun cenno ad interventi di sostegno che aiutino famiglie e persone in condizioni di difficoltà e di fragilità a elaborare un nuovo o diverso progetto di vita. Le famiglie sono allo sbando, le relazioni familiari frantumate, le mura domestiche da luogo di protezione in molti casi si trasformano in luoghi di alto rischio di violenza e in alcuni casi purtroppo di distruzione. 
Violenze su donne e minori di vario tipo (psicologico, fisico, sessuale ed economico) si consumano spesso in silenzio e con una buona dose di assuefazione generale.
Tragico è il numero dei femminicidi, ma ancora più tragico è l’alta percentuale (circa l’80%) dei casi di violenza domestica che si consuma tra le mura domestiche emersa, ma ancor di più quella sommersa. Sono famiglie che non possono essere lasciate da sole, hanno bisogno che qualcuno sappia leggere tra i le pieghe delle dinamiche di genere, familiari e relazionali e che le accolga, sostenga e le accompagni a recuperare risorse personali e familiari, contestualmente a responsabilizzarle verso una nuova e diversa prospettiva di futuro. 
Le risorse professionali diventano quindi una necessità primaria per valutare con competenza le situazioni che si presentano, fronteggiare e contenere fragilità e criticità, recuperando una condizione di contesto familiare più idonea alla crescita dei minori che ancora una volta vengono trascurati. 

Ora è il caso di chiedersi chi sono i cosiddetti Navigator?  Sono cercatori d’oro (al Sud il lavoro è ancora un miraggio aureo)? cioè cercatori di Lavoro? Quindi il loro compito sarà la ricerca di un lavoro presso i Centri per l’impiego. Che tipo di professionalità dovranno avere? Chi farà la valutazione della situazione familiare in condizioni di povertà? Chi cercherà di capire di quali bisogno ha realmente quella famiglia in povertà e se sarà in grado di recuperare un condizione di vivibilità reimpostando la loro storia di vita? 
Sarà chiamato il Servizio Sociale Professionale? Ma quale? quello ridotto al lumicino o esternalizzato? Il Servizio Sociale Comunale così com’è sarà in grado di fronteggiare il carico oppure ha bisogno di rinforzi come è stato fatto con il REI, anche se precario e limitato alla somministrazione della misura economica? 
Questa è forse l’analisi e l’investimento, che manca, che è necessario fare se non si vuole ancora una volta rischiare di fare interventi tampone e vanificare lo sforzo.

Franca Dente