Introduzione

Cosa possa indurre dei giovani a maltrattare ferocemente e ripetutamente una persona indifesa, ed oltretutto a provarne piacere, è difficile dirlo. È un mistero infatti, per chi è un uomo equilibrato e dotato di una coscienza, per chi è stato educato ad una morale ed al civile rispetto del prossimo specialmente se svantaggiato. Sembrerebbe una cosa scontata aver elevato la propria educazione alla formazione di una coscienza, che ti suggerisce ciò che è bene da ciò che è male in sé, a prescindere dai codici e dalle leggi di uno Stato, ma di fatto non lo è più così scontato ai giorni nostri. Le parole rimorso, esame di coscienza, discernimento, sono concetti che non si attivano pigiando un tasto con un click su un’applicazione del telefonino, non hanno una propria pagina sui social net dove poter esprimere un “like”, e trovare “followers”, o ce li hai dentro, oppure, non ce li hai; o hai avuto qualcuno che te li ha inculcati, oppure, non si possono installarecon un programma. Non è per niente facile spiegare quali dinamiche hanno perpetrato un atto così scellerato, persino per chi opera una professione psicosociale. Per capire cosa hanno provato i ragazzi di Manduria, protagonisti del tristissimo caso di cronaca nazionale, bisognerebbe essere al loro posto.

 

La giustizia farà il suo corso

Staremo a vedere come si evolverà la faccenda giudiziaria, e come si concluderanno i processi. Speriamo che questa volta la burocrazia ed i tempi giudiziari non vadano per le lunghe, perché una sì tal tragedia merita, come segno di rispetto, perlomeno una risposta veloce e non lenta come l’agonia patita dal povero signor Stano. Essendoci di mezzo anche dei ragazzi minorenni, di sicuro saranno chiamati ad intervenire i servizi sociali, e pur nella complessità della situazione, speriamo che i giudici alla fine non siano troppo longanimi anche se si tratta di ragazzi minorenni. Troppo spesso la giustizia italiana ci lascia esterrefatti proprio dinanzi a fatti abominevoli, come gli stupri e via dicendo. Se fin da bambini, anche quando compiamo una piccola marachella sappiamo di aver contravvenuto ad un ordine dei genitori o della maestra, non si può credere che a 16 anni non si sappia che una persona fragile non vada malmenata, e sperare di farla franca senza conseguenze. La morte è un accadimento tragico, la morte non fa mai sconti a nessuno, e spero non ci siano perciò sconti di pena.

 

Ho immaginato…

Ho provato perciò ad immaginarmi nei panni di un mio collega assistente sociale, ma anche degli altri operatori che condivideranno la presa in carico di quel gruppo di minorenni. Ho provato ad immaginare il non facile lavoro che dovranno svolgere. Di sicuro avranno un bel daffare, e devo ammettere che, in un primo momento, per la complessità della situazione mi sono ritenuto fortunato di non dover essere io al posto loro. Mi sono anche posto la domanda: da dove incomincerei? La mia domanda il giorno dopo ha trovato una risposta nelle sagge parole dello psichiatra Vittorino Andreoli in un’intervista al tg5[2]:ecco il problema: che cosa c’è da fare per dei ragazzi che hanno la testa vuota? C’è un’unica parola… EDUCAZIONE! È questo il tema grave e l’emergenza di questo momento storico. Bisogna ripartire dall’educazione, ma studiare un buon progetto rieducativo non sempre è facile, e certe volte bisogna procedere per tentativi passando attraverso parziali fallimenti.

 

Ricordi di un momento di condivisione

Era l’anno 2008, e quella mattina una collega assistente sociale entrando in ufficio, e stringendo il giornale tra le mani, ci chiese di trovarci tutti assieme per un momento di condivisione di un’interessante articolo che aveva letto poco prima. In quel periodo lei stava continuando una presa in carico complicatissima, ereditata dalla precedente collega che si era trasferita. Un caso “storico” di un minore multiproblematico seguito da più servizi, tra i quali il Sert.T. Molti progetti naufragati, fughe dalle comunità, decine di decreti del Tribunale per i minorenni che gonfiavano il voluminoso fascicolo, ed almeno una cinquantina di relazioni, tra singole e congiunte con altri operatori. Inoltre, un elevato monte ore di lavoro per studiare progetti per il sostegno al nucleo familiare, visite domiciliari, incontri con la scuola, incontri tra di noi operatori dei vari servizi coinvolti, ed altro ancora. Ogni qual volta s’inviava una relazione al tribunale, c’era la trepidante attesa di una risposta che però, non sempre teneva conto dei suggerimenti espressi dall’equipe professionale, dando come l’impressione che non fosse stata letta (chissà quanti colleghi si rispecchiano in questa situazione). Puntualmente ne seguiva un senso di frustrazione e d’impotenza, per quel decreto sperato che non c’era, e per quello che invece c’era, ma molto diverso dalle aspettative. Anche quando ci riunivamo per l’incontro mensile con il nostro supervisore, sovente ritornava a galla questo caso inestricabile, ed oltre 80 mila euro erano stati spesi nel corso degli anni senza alcun risultato positivo.
 

 

L’articolo

Illustrava un insolito progetto educativo dei servizi sociali di Giessen in Germania, che aveva suscitato a livello nazionale pareri favorevoli e contrari. Un caso disperato con alcune similitudini al nostro. Il ragazzo in questione di anni 16 (stessa età del nostro), accompagnato da un tutore fu mandato in Siberia secondo un progetto rieducativo che lo avrebbe dovuto aiutare a reinserirsi nella società: niente televisione, niente telefono (e dunque niente Internet). Il programma rieducativo prevedeva, tra i vari punti: sveglia all’alba, due chilometri e mezzo di tragitto nella neve per raggiungere la scuola, un salto nel bosco per tagliare la legna con la quale alimentare la stufa. I responsabili del progetto specificarono che: «non è una sanzione ma una lezione di vita». Il gruppo di psicologi che lo ha avuto in cura non ebbero dubbi: «il duro lavoro quotidiano in una zona il più possibile priva di qualsiasi distrazione gli farà bene».[3] Ci trovammo d’accordo tutti che, senza dover andare così lontano in Siberia, si potevano applicare tutti gli altri punti all’interno di una comunità, e cioè, strategie di superamento dalla dipendenza cibernetica[4], l’impossibilità di fuga, ed i lavori socialmente utili (il lavoro nobilita l’uomo).

 

Conclusione

Da oggi Manduria, paese della mia regione, sarà conosciuta non più solamente per il suo caratteristico vino locale – il primitivo – ma anche per quest’altro genere di primitività, sinonimo di rozzo, rude e barbarico.[5]Primitivo, dal latino primitivus, cioè primo, come primo anche è questo genere di caso avvenuto in Italia, sperando che sia pure l’ultimo. Agli operatori dei servizi che dovranno seguire questi adolescenti, mi sento veramente con empatia di augurare loro: buon lavoro!
 
 
 

[1]curatore del blog personale: https://assistentesocialereporter.wordpress.com/ 
[2]https://www.youtube.com/watch?v=vZnI_ISkTuo
[3]http://www1.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200801articoli/29354girata.asp si veda anche https://www.corriere.it/cronache/08_gennaio_17/germania_ragazzo_violento_siberia_condannato_93b9a8e8-c50a-11dc-8929-0003ba99c667.shtml
[4]http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/giovani-cliniche-disintossicarsi-social-media-655cd2e9-74ec-4f21-8aef-0917b1177053.html
[5]http://www.treccani.it/vocabolario/primitivo1/