Servizi sociali take away?

Data:
8 Aprile 2011

 

Sunto dei lavori

Il 24.03.2010 si è tenuto presso l’Hotel Excelsior a Bari il convegno “Servizi sociali take away?”. L’accezione provocatoria del titolo ha voluto spiegare il sistema attuale delle politiche dei servizi sociali , utilizzando l’espressione inglese tipicamente da fast-food: prendi e porta via,.
Intento principale del convegno, voluto dall’Ordine regionale è stato quello di realizzare un incontro-confronto con i candidati delle diverse compagini politiche per interrogarli su ben sette quesiti, riportati in fondo all’articolo, espressione delle esigenze largamente diffuse nella comunità professionale pugliese alla luce del mutamento socio-istituzionale in atto.
“Constatiamo, infatti, come questo welfare sia in affanno rispetto alla cause profonde del disadattamento attuale che rischia di essere insabbiato da misure tampone e di apparenza.”
Con tale affermazione ha aperto i lavori del convegno il Presidente dell’Ordine, De Robertis, che ha spiegato anche il perché della scelta del termine “take away”: <<I servizi sociali oggi sembrano servizi da asporto, in cui il cittadino sceglie servizi-prestazioni da un menù organizzato per gusti diversi. E’ un welfare che ambisce teoricamente a fronteggiare tutti i bisogni, dispiegando una molteplicità di servizi; fronteggia la molteplicità dei problemi e non per questo è scontato che affronti la complessità degli stessi che invece necessita di un approccio sistemico che guardi all’ interconnessione dei sistemi>>. De Robertis continua sottolineando la volontà di discutere con i candidati rappresentanti delle diverse coalizioni politiche che si confrontano nella competizione elettorale sulle convinzioni di ciascuno circa il ruolo del servizio sociale professionale, sulla valorizzazione di tale servizio, sull’integrazione socio-sanitaria, sulle risorse che si intendono mettere a disposizione.
In questa maniera la comunità professionale si interroga e dialoga con le istituzioni, in maniera propositiva, allontanando ogni rischio di autoreferenzialità.
Segue l’intervento di Michele Del Campo, formatore in campo sociale.
La sua digressione teorica parte dal perché si arriva alla crisi di ruolo: come e quanto incide il contesto.
Del Campo sostiene che un tempo eravamo pellegrini, perché avevamo una meta da raggiungere.
Oggi, con l’avvento della post-modernità questa meta viene messa in discussione a causa del progressivo passaggio dalla povertà alla ricchezza, scoprendoci tutti più liberi: si costruiscono così delle nuove identità, le identità plurime.
Il consumo fa vagabondare il cittadino e nel vagabondaggio, in assenza di una meta crescono i disagi, che sterilizzano i rapporti, rendendoli incontaminabili.
Ciascuno cerca così la propria sicurezza, che ha come conseguenza la soggettivizzazione.
Si assiste così alla morte della comunità ed alla sua disgregazione.
La comunità nasceva come vita dello stato sociale e quindi come professionalizzazione dell’aiuto, caratterizzata da continue aspettative e da bisogni che sfociavano in desideri.
Ma con il depotenziamento delle forme di solidarietà naturale, il professionista ha bisogno del bisogno per confermare il suo ruolo, la sua azione.
Illich parla di era delle professioni disabilitanti, cioè dove la politica non si assume il ruolo di regolatore sociale, mantenendo piuttosto un’azione clientelare mirata alla ricerca del consenso.
L’importanza dei servizi è oggi improntata più sull’ingegneria che sulla dimensione umana, sulla vita del soggetto.Obiettivo del welfare moderno non è più quindi il benessere, ma il benestare.
Del Campo sintetizza così le funzioni dell’operatore sociale: di animazione e di organizzazione, in quanto obiettivo dell’operatore  è quello di mettere in moto processi, costruendo l’ossatura e la struttura permanente del lavoro a progetti.
Partendo da queste basi Del Campo si chiede cosa può essere l’Ordine degli assistenti sociali, enucleando nei seguenti punti la pluralità dei ruoli che assume:

comunità di pratica
soggetto di rappresentanza
comunità di professioni disabilitanti e disabilitati

Quest’ultima espressione è conseguenziale al DSM V dell’American Association of Psichiatry, nuovo manuale delle malattie psichiatriche, che disabilita i soggetti, poiché non riconosce più determinate patologie.
L’individuo rischia così di essere riconosciuto come affetto da una malattia solo se quest’ultima è menzionata nei parametri condivisi da un’associazione che ha elaborato il nuovo DSM.
Questo risultato disabilita non solo i soggetti ma anche le professioni, carenti di buone pratiche, piuttosto caratterizzate da competenze parcellizzate e da riconoscimenti standard.
In particolare, la professione di assistente sociale risulta difficile da spiegare, perché abbiamo competenze tacite che mettiamo in atto nella relazione con l’altro.
Ma l’Ordine professionale assume non solo il ruolo di tutela della professione, ma di tutela del cittadino, della prestazione che gli viene garantita: lo stesso codice deontologico ci proietta verso l’altro.
Questa è la connotazione che deve anche assumere l’Ordine, cioè di salvaguardia del servizio al cittadino, funzione spesso considerata marginale, perché prevalente la dimensione corporativa della natura ordinistica.
L’intervento di Michele Del Campo, ha così spiegato, caratterizzandone l’aspetto formativo dell’incontro, il processo che ha portato alla crisi dell’identità e del ruolo dell’assistente sociale che si riflette nelle politiche dei servizi.
Sono poi seguiti gli interventi dei politici ai sette interrogativi posti dal consigliere Sgobba, in qualità di moderatore e referente della Commissione formazione dell’Ordine regionale.
Prende la parola Salinas, candidato con la Polibortone. Quest’ultimo sostiene la necessità di riorganizzare il sistema per far recepire il ruolo, sebbene tutti sappiano cosa faccia l’assistente sociale. Possiamo immaginare una riorganizzazione dei servizi- afferma Umberto Salinas- ma è una questione di natura strettamente economico-finanziaria, cita in merito l’esempio dell’assistente sociale che “toglie i bambini” e li inserisce in comunità:100 euro al giorno nel mese diventano tremila, dunque una spesa onerosa per gli enti.
Al disappunto del folto pubblico presente di assistenti sociali, per la considerazione alquanto obsoleta, quanto mai pregiudizievole del professionista assistente sociale, segue l’intervento del candidato per il PD, Guglielmo Minervini.
Quest’ultimo sostiene che non dobbiamo rassegnarci all’idea di un’assistenza passiva, perché compito della politica è quello di creare risorse: non come allocazione, ma come valorizzazione di conoscenze, di saperi.
Il candidato Tortora, di alternativa comunista evidenzia la contrarietà del suo programma e pensiero politico al precariato e all’esternalizzazione dei servizi, in quanto non proficua al sistema e poco garantista dal punto di vista delle assunzioni.
Felice Di Lernia, candidato per Sinistra, ecologia e libertà, sostiene che il peso degli assistenti sociali sia direttamente proporzionale all’irruzione di persone. Oggi, sostiene Di Lernia- si assiste ad una sorta di sportello touch-screen: digiti il servizio e porti via. Ciò ha determinato una mutazione semantica del concetto di assistenza che tende a fare dell’assistente sociale colui che assiste nel senso passivo del termine.
L’obiettivo secondo Di Lernia è quello di promuovere un mutamento culturale che accompagni il mutamento dei servizi.
Il candidato Gianmarco Surico, candidato del PDL sostiene che in Puglia l’80% delle risorse sono impegnate in sanità e quindi le politiche sociali sono per questo soffocate.Senza risorse creiamo scatole vuote- afferma Surico- fondamentale è la formazione del personale ed il superamento del precariato.Dobbiamo superare la visione ospedalocentrica,- conclude- promuovendo future politiche sanitarie territoriali e la domiciliarità della cura.
Alla variegata tavola rotonda degli interventi dei politici, si aggiunge l’intervento dell’Assessore al Welfare del Comune di Bari,dott.Ludovico Abbaticchio intervenuto in rappresentanza istituzionale del Comune della città capoluogo di provincia e sede dell’Ordine regionale.
L’Assessore Abbaticchio, lieto di presenziare al colorito dibattito, spiega il faticoso lavoro che il Comune di Bari sta portando avanti per realizzare l’integrazione socio-sanitaria, attraverso il dialogo costante con la sanità.
Nel merito egli si definisce “operatore socio-sanitario” poiché di professione medico, da sempre impegnato nel campo della prevenzione e della tutela della salute.
L’Assessore conclude sottolineando l’importanza del ruolo degli assistenti sociali con i quali lavora fianco a fianco, riconoscendone la competenza e l’opportunità legittima di accedere alla dirigenza.
La mattinata si chiude con il saluto dell’onorevole Giusi Servodio, collega assistente sociale che ricorda le lunghe battaglie portate avanti dalla categoria per raggiungere i traguardi di cui oggi gode la nuova generazione, ma che ancora risente della considerazione del ruolo come professionista di serie B.
Nel pomeriggio è seguita l’assemblea regionale degli assistenti sociali, ove ciascuno ha esternato il proprio contributo di riflessioni carico di aspettative, proposte, ma anche di racconti di disagi vissuti nella realtà dei servizi per le condizioni non facili di lavoro.
L’iniziativa, apprezzata da diversi Ordini regionali, ha tentato un dialogo con i candidati amministratori che all’indomani delle votazioni avrebbero occupato la fatidica “poltrona”, nella speranza di poter far sentire la voce di una comunità professionale spesso disconosciuta, interrogatasi sulla sensazione del sentirsi “sent away”, allontanati da uno scenario politico-sociale fatto di surrogati di servizi, dove il cittadino utente porta via la risposta preconfezionata.
Un sistema, quello attuale, che porta ad un ripensamento del ruolo, assimilandolo ad un burocrate, dove la specificità del lavoro centrato sulle relazioni viene svilito dalle procedure standardizzate, che dimenticano il bisogno della persona e la necessità di una risposta il più possibile individualizzata.
Altrettanto importante l’iniziativa lo è stata sul piano dell’obbligo formativo, in virtù del quale la partecipazione al convegno prevede un numero di crediti formativi, in fase di definizione.

Ultimo aggiornamento

16 Maggio 2016, 23:18