Concept of security. Silhouette of the barbed wire on the background of beautiful sunny sky

Approvata dalla Camera la nuova legge sui minori non accompagnati, ma la strada da percorrere per costruire una società solidale è lunga ed in salita, come dimostrano i recenti fatti di Goro, sui quali ospitiamo una riflessione della collega Patrizia Marzo, Consigliera dell’Ordine, invitando la nostra comunità professionale ad alimentare il dibattito.

Goro: ventre molle della provincia italiana, anzi, romagnola. Evocazioni (e stereotipi) di una provincia da don Camillo e Peppone, di tortellini, di buon vino e di un dialetto che trasuda simpatia e generosità, dove l’ospitalità è da sempre proverbiale. Come l’umanità, nel senso dell’aderenza agli ideali di libertà e di solidarietà: provincia nella regione da sempre emblema del primo, vero, funzionale welfare realizzato nel nostro Paese. Quasi un’utopia.
Nella notte fra il 24 e il 25 ottobre 2016, barricate di cittadini goresi impediscono fisicamente il passaggio dell’autobus che trasporta 12 donne e alcuni bambini richiedenti asilo, provenienti da Paesi dell’Africa.
Quei cittadini di Goro, scrive Ezio Mauro su La Repubblica, sono: “Persone in buona parte anziane, estranee al circuito del consumo multiculturale, frastornate dalla globalizzazione, con gli immigrati si trovano nei giardini spelacchiati sotto casa un mondo che non hanno mai visitato e mai conosciuto, senza che le comunità siano state preparate a gestire il fenomeno, inquadrandolo nelle sue dimensioni, nelle prospettive, nel rapporto tra i costi e i benefici. Si sentono esposti, si scoprono vulnerabili, diventano gelosi del poco che hanno, egoisti di tutto”.

Le motivazioni del gesto di questi cittadini sono riassumibili, quindi, in poche semplici osservazioni: “qui non c’è niente per noi, figuriamoci per gli altri” e “ci hanno detto di questa invasione solo sei ore prima”. La chiave di interpretazione è tutta qui.
E poiché, in questa Italia di oggi, la situazione sociale è fortemente problematica per le ragioni più diverse, e non è affatto escluso che questo episodio non resti isolato o addirittura non sia seguito da episodi analoghi e più gravi, penso che il “caso” sia da analizzare e decifrare con la maggiore chiarezza possibile.
Innanzi tutto Goro non è solo Goro. Quando anche l’ultima pietra dell’ipocrisia collettiva sarà stata scagliata contro questa piccola comunità di provincia, potranno verificarsi altre Goro. E in quei casi cosa succederà? Accetteremo come nomale amministrazione l’opposizione delle barricate cittadine contro le ordinanze prefettizie e le disposizioni comunali? L’opposizione e la “vittoria” di cittadini contro istituzioni? Ce ne faremo una ragione? Ci abitueremo a tutto questo come ci siamo abituati e assuefatti alle morti in mare e ad altri orrendi racconti?
In secondo luogo, fa riflettere come mai in questo caso le Forze dell’Ordine hanno mollato la presa di una normale operazione di polizia davanti ad uno sparuto gruppo di cittadini incazzati ma inermi e innocui. Nella nostra storia recente abbiamo registrato decine di episodi in cui popolazioni ben più corpose, organizzate e attrezzate alla protesta (penso, ad esempio, alla TAV Torino-Lione, al G8 di Genova) sono state spazzate via dall’imposizione istituzionale: come mai qui, davanti a qualche pescatore e qualche casalinga, le “istituzioni” hanno fatto dietro-front in poche ore?
Non è una novità che la difesa e l’affermazione degli interessi di alcune lobby di potere – politico ed economico – sia molto più efficiente ed efficace di quella dei povericristi. Ma penso anche che sia pericoloso ignorare alcuni sentimenti di intolleranza che serpeggiano nelle istituzioni e nelle Forze dell’Ordine e che condizionano inevitabilmente la professionalità e la credibilità di questi operatori.
Il terzo punto: Goro è tutta Goro? Certamente no. Non c’era tutta la comunità su quelle barricate. E allora perché non si dà voce anche al dissenso? I media dovrebbero assumere finalmente l’imperativo etico di comprendere e informare sulle ragioni, anziché tirare i fatti per la giacchetta politica, dall’una o dall’altra parte, secondo la convenienza.
Ancora: non mi sembra giusto che Goro paghi la gogna mediatica e il costo morale dell’inerzia della politica nazionale che si trascina da decenni. Della mancanza di investimenti sulla prevenzione e sull’integrazione multietnica. Della propaganda demagogica scientificamente mirata alla “rivoluzione razzista” dei popoli contro altri popoli più sfortunati. Dell’involuzione culturale ultracentenaria che porta all’homo homini lupus. Insomma, della strumentalizzazione politica dei fenomeni migratori, straordinaria arma di distrazione di massa rispetto ai temi delle gigantesche disuguaglianze e delle iniquità sociali. Non è giusto, ma penso che per qualcuno possa anche essere molto comodo.

Che fare, quindi?

Non posso che proporre modeste considerazioni professionali, dato che faccio solo l’assistente sociale e gli esperti, i decisori politici, i poteri forti – quelli che danno le soluzioni concrete – stanno sempre “da un’altra parte” rispetto alla mia categoria.
Innanzi tutto è necessario prendere molto sul serio il “qui non c’è niente nemmeno per noi”.
Se una comunità ha di se stessa questa percezione, ci sono problemi interni non adeguatamente affrontati. E sono problemi che partono da lontano, che precedono l’immigrazione e che non dipendono da essa (visto che, peraltro, gli immigrati non sono stati accolti). La politica e le istituzioni locali dovrebbero ascoltare più e meglio queste persone, provare ad implementare investimenti economici e sociali che contengano queste forme di “disperazione”. Operare scelte politiche più mirate e opportune. E non credo che in Emilia Romagna non vi siano gli strumenti per fare questo.
D’altra parte, quanto è realistica l’affermazione/giustificazione “qui non c’è niente nemmeno per noi”? Ne siamo così sicuri?
Le istituzioni culturali locali dovrebbero attivarsi per aiutare queste comunità a informarsi e comprendere le realtà e le ragioni degli altri, oltre alle proprie.
Comprendere che i territori di provenienza di quelle donne e di quei bambini sull’autobus sono martoriati dalla fame, dai fondamentalismi, dai rapimenti di donne e bambini, dalle guerre (armate da noi occidentali) e dalla lotta in mare con la morte. Atrocità che noi non riusciremmo a pensare nemmeno come allucinazioni… a quale “niente” si riferiscono i contestatori di Goro?
Comprendere che non è vero che “dopo le donne arrivano i maschi perché avranno pure dei mariti”, perché spesso si tratta di donne e maschi soli, unico investimento economico sull’emigrazione per famiglie disperate che a stento possono far scappare dall’inferno un solo parente, quello con le maggiori probabilità di sopravvivenza.
Comprendere che non è vero che non è possibile accogliere perché “A Gorino ci sono 590 residenti, due negozi di alimentari, una farmacia, una tabaccheria, un ristorante e l’ostello da 46 posti letto che fa anche da bar della frazione.”, perché Lampedusa non è certo una metropoli e poi perché gli immigrati possono diventare un’eccellente risorsa proprio per i contesti più piccoli.

Spero che questo episodio serva finalmente a porre il problema della preparazione degli italiani alla convivenza civile e pacifica con altri popoli ed esseri umani. Perché (e ce lo ripetiamo da anni) è questo il nostro destino. L’immigrazione non è più emergenza, ma struttura costitutiva del nostro Paese. E lo deve essere anche della nostra democrazia: sono necessari ed urgenti gli esercizi di cittadinanza attiva e partecipata, fattibilissimi, che richiedono minime risorse/investimenti nell’educazione e nella partecipazione.
Servono pochi soldi, ma tanto tempo. Quella del tempo è invece una risorsa primaria che deve essere considerata in grandi quantità. Perché è solo investendo nel tempo medio lungo, giorno per giorno, che certi risultati come l’integrazione multi/interetnica possono essere raggiunti. Non certo in sei ore di preavviso dalla Prefettura al Sindaco.
Almeno in questo, quelle persone di Goro, hanno perfettamente ragione.